
Oggi la parola “cosplay” appartiene ormai al linguaggio comune. Compare nei giornali, nei servizi televisivi, nei social network, nelle grandi convention internazionali; identifica una pratica riconoscibile, un’estetica, una comunità globale e persino un settore economico autonomo. È difficile immaginare che, fino a non molti anni fa, quel termine fosse quasi sconosciuto in Italia e che il fenomeno esistesse già in forme molto vive senza possedere ancora un nome stabile. Eppure è proprio questa la situazione che caratterizza gli anni in cui andava in onda Fantasy – Nel Cuore del Fantastico, il programma televisivo che tra il 1996 e il 1999 portò sul piccolo schermo italiano mondi che allora apparivano ancora periferici rispetto alla cultura dominante: la fantascienza, il fantasy, i giochi di ruolo, i fandom di Star Trek, gli anime giapponesi, l’immaginario tolkieniano, le convention e tutto quell’universo di passioni che soltanto molti anni dopo sarebbe stato definito genericamente “cultura nerd”.
Riguardati oggi, molti dei materiali trasmessi da Fantasy colpiscono per un motivo molto preciso: mostrano chiaramente il fenomeno cosplay prima che il lessico italiano avesse davvero assimilato la parola “cosplayer”. Nei servizi dedicati ai trekker, nelle riprese delle convention, nelle interviste agli appassionati in costume, si percepisce infatti l’esistenza di una pratica sociale e culturale già pienamente formata, ma ancora priva di una definizione linguistica condivisa. Si parlava piuttosto di “appassionati”, di “fan”, di “trekker”, di “ragazzi in costume”, di gruppi fantasy o di appassionati di manga e anime. Il fenomeno esisteva, ma il linguaggio che avrebbe poi finito per identificarlo doveva ancora consolidarsi.
Questa distanza tra la pratica e il nome è molto più interessante di quanto possa sembrare a prima vista, perché permette di cogliere un momento di trasformazione culturale che oggi appare quasi invisibile. La storia del cosplay viene spesso raccontata in modo semplificato, come se tutto fosse nato improvvisamente in Giappone negli anni Ottanta insieme agli anime, ai manga e alle grandi convention nipponiche. In realtà il quadro storico è molto più articolato. Le forme di “fan costuming” esistevano già decenni prima della nascita del termine “cosplay”. Già alla fine degli anni Trenta, durante le prime convention fantascientifiche americane, alcuni appassionati si presentavano indossando costumi ispirati ai mondi della fantascienza pulp e cinematografica. Nel 1939, al primo World Science Fiction Convention di New York, Forrest J. Ackerman e Myrtle Douglas apparvero con abiti futuristici che avrebbero lasciato una traccia importante nella cultura delle convention. Non esisteva ancora il termine cosplay, naturalmente, ma esisteva già il desiderio di trasformare la passione immaginaria in esperienza corporea e collettiva.
Nel corso dei decenni successivi questa cultura si sviluppò all’interno del fandom fantascientifico occidentale attraverso masquerade, convention, club di appassionati, costumi artigianali e performance pubbliche. Quando il giornalista giapponese Nobuyuki Takahashi coniò il termine “cosplay” nel 1983 per un articolo pubblicato sulla rivista My Anime, stava dunque dando un nome nuovo a qualcosa che aveva già una lunga storia alle spalle. La forza della parola, però, fu enorme. “Cosplay”, fusione di “costume” e “play”, riusciva a sintetizzare perfettamente sia la dimensione visiva del costume sia quella performativa dell’interpretazione. Non si trattava semplicemente di travestirsi: si trattava di incarnare temporaneamente un personaggio, di entrarvi dentro, di esibirlo pubblicamente.

Ma la diffusione internazionale del termine fu lenta. In Giappone il vocabolo si impose gradualmente nel corso degli anni Ottanta, mentre in Occidente e soprattutto in Italia sarebbe diventato davvero comune soltanto tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, parallelamente all’esplosione degli anime in televisione, alla crescita delle convention fumettistiche e alla diffusione di internet. È esattamente in questa fase di transizione che si colloca l’esperienza di Fantasy – Nel Cuore del Fantastico. Ed è proprio qui che il programma assume oggi un valore storico sorprendente.
La televisione italiana degli anni Novanta non dedicava alcuno spazio a questi mondi. La cultura fandom era percepita come marginale, eccentrica, spesso incomprensibile al grande pubblico. Gli appassionati di Star Trek, di fantasy o di animazione giapponese vivevano la propria passione in spazi relativamente piccoli, costruiti attraverso convention, riviste specializzate, associazioni culturali e circuiti di appassionati. Internet era ancora agli inizi e non aveva ancora trasformato radicalmente la circolazione delle immagini e delle comunità. Molto avveniva attraverso il contatto diretto: le fiere, il passaparola, le videocassette, le mailing list, i club. In quel contesto, vedere in televisione gruppi di trekker in uniforme o fan che interpretavano personaggi fantastici aveva un significato completamente diverso rispetto a oggi. Non era ancora un fenomeno mainstream, né una forma di intrattenimento ormai normalizzata dalla cultura globale. Appariva piuttosto come la manifestazione visibile di una comunità culturale che cercava spazi di riconoscimento pubblico.
È questo forse l’aspetto più affascinante dei materiali televisivi di Fantasy: la sensazione di osservare un fenomeno nel momento stesso in cui sta cambiando natura. Da una parte sopravvive ancora il vecchio fandom fantascientifico costruito attorno ai club, alle convention e alle passioni condivise; dall’altra si intravede già il futuro del cosplay contemporaneo, con la centralità crescente dell’immagine, della performance, dell’interpretazione del personaggio e della cultura visuale giapponese. Il programma sembra collocarsi precisamente su questa soglia storica.
Molti dei giovani che apparivano nei servizi televisivi dell’epoca probabilmente non avrebbero mai utilizzato per sé la parola “cosplayer”. Alcuni si sentivano prima di tutto trekker; altri appartenevano ai mondi del fantasy o dei giochi di ruolo; altri ancora erano semplicemente appassionati di anime giapponesi quando questo interesse era ancora considerato estremamente di nicchia. Eppure, riguardati oggi, quei costumi, quelle esibizioni e quelle comunità appaiono chiaramente come parte della preistoria italiana del cosplay moderno.
Anche da un punto di vista sociologico il dato è significativo. Prima che il cosplay diventasse una pratica globale sostenuta dai social network, dalle piattaforme video e dall’industria dell’intrattenimento contemporanea, il costume svolgeva soprattutto una funzione di appartenenza comunitaria. Indossare un’uniforme della Flotta Stellare o impersonare un personaggio fantasy significava entrare temporaneamente in uno spazio condiviso nel quale passioni considerate marginali potevano diventare visibili e collettive. Il costume era insieme rappresentazione, gioco, rituale e riconoscimento reciproco.
Per questo motivo Fantasy – Nel Cuore del Fantastico non documentava soltanto il fantastico come genere narrativo. Documentava una trasformazione culturale molto più ampia: il momento in cui mondi fino ad allora periferici iniziavano lentamente a conquistare visibilità pubblica, pur senza avere ancora trovato il linguaggio che li avrebbe definiti negli anni successivi. Ed è forse proprio questa distanza tra il fenomeno e il suo nome a rendere oggi quelle immagini così preziose. Guardandole, si ha la sensazione di assistere a un’epoca in cui il cosplay esisteva già pienamente, ma non sapeva ancora di chiamarsi così.