Il termine “cosplay” nasce in Giappone, ma il fenomeno nasce altrove

Quando si parla di cosplay, si tende spesso a far coincidere la nascita del fenomeno con il Giappone degli anime e dei manga. In realtà, le cose sono più complesse. Il termine “cosplay” nasce effettivamente in Giappone nel 1983, quando il giornalista Nobuyuki Takahashi utilizza sulla rivista My Anime una nuova parola ottenuta fondendo “costume” e “play”. Ma la pratica di vestirsi come personaggi immaginari esisteva già da molti decenni.

Già negli anni Trenta, durante le prime convention fantascientifiche americane, alcuni appassionati si presentavano con abiti ispirati ai mondi della science fiction pulp. Nel dopoguerra, le convention di fantascienza e soprattutto il fandom di Star Trek svilupparono una vera cultura del “fan costuming”: uniformi della Flotta Stellare, personaggi alieni, sfilate, performance, gare e comunità costruite attorno alla passione condivisa. Non si parlava ancora di cosplay. I termini usati erano altri: “masquerade”, “costume contest”, “fan costuming”. Ma il fenomeno era già chiaramente riconoscibile.

Il Giappone introdusse però qualcosa di decisivo: una nuova estetica e soprattutto un nuovo linguaggio. La parola “cosplay” riusciva infatti a sintetizzare perfettamente due aspetti fondamentali del fenomeno: il costume e l’interpretazione. Non soltanto vestirsi come un personaggio, ma incarnarlo temporaneamente, trasformare la passione in esperienza visibile e collettiva.

Negli anni Novanta il termine iniziò lentamente a diffondersi anche in Occidente, proprio mentre anime, manga e cultura pop giapponese conquistavano il pubblico internazionale. Ed è qui che la vicenda italiana diventa particolarmente interessante. Perché quando Fantasy – Nel Cuore del Fantastico andava in onda, il fenomeno esisteva già pienamente anche in Italia, ma il linguaggio non si era ancora stabilizzato. Si parlava soprattutto di trekker, fan fantasy, appassionati di anime, gruppi in costume o gioco di ruolo dal vivo.

Le immagini trasmesse da Fantasy documentano quindi un momento storico molto particolare: il passaggio tra il vecchio fandom fantascientifico e il cosplay contemporaneo. Guardandole oggi, è evidente che molti di quei ragazzi e di quelle ragazze appartenevano già alla cultura cosplay, anche se probabilmente non avrebbero ancora utilizzato quella parola per definirsi.

Riguardando oggi quei materiali colpisce anche la presenza di figure che avrebbero poi avuto un ruolo importante nella cultura pop italiana. Tra queste compare più volte anche un giovanissimo Emanuele Vietina, oggi direttore di Lucca Comics & Games e direttore generale di Lucca Crea, allora coinvolto nelle comunità fantasy e nel gioco di ruolo dal vivo ispirato all’universo tolkieniano. È un dettaglio significativo, perché mostra la continuità tra il fandom “artigianale” degli anni Novanta e la gigantesca cultura pop contemporanea.

Più che nascere improvvisamente come una moda, il cosplay emerge dunque lentamente dall’incontro tra fantascienza, fandom, cultura visuale giapponese e desiderio di trasformare l’immaginazione in esperienza condivisa. Ed è proprio questo processo che Fantasy – Nel Cuore del Fantastico stava inconsapevolmente raccontando, mentre il fenomeno cercava ancora il proprio nome.

 
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