Da Frame a Fantasy: continuità e trasformazioni di un format televisivo

Da Frame a Fantasy: continuità e trasformazioni di un format televisivo

Quando Fantasy – Nel cuore del fantastico debutta nel 1995, il programma non nasce dal nulla. Alle sue spalle c’è già un’esperienza televisiva molto precisa: quella di Frame – Estetiche del quotidiano, trasmissione ideata e realizzata pochi mesi prima (nel 1994) dagli stessi autori e dalla stessa produzione. Cambiano molti temi, cambia la presentatrice, cambia in parte il pubblico di riferimento. Ma osservando oggi le due trasmissioni è impossibile non riconoscere una forte continuità stilistica e produttiva.

Sul sito ufficiale di Frame, Gianni Cresci definisce il programma come un “inedito rotocalco televisivo di estetica della vita quotidiana”, dedicato “alle sottoculture, agli stili di vita, alle aggregazioni e alle manifestazioni della cultura popolare”.
È una definizione importante, perché descrive un approccio televisivo che non si limita alla scelta degli argomenti ma coinvolge il modo stesso di fare televisione.

Uno degli elementi più innovativi di Frame era infatti la decisione di lasciare parlare direttamente i protagonisti delle sottoculture: mods, punk, dark, skinheads, fumettari, surfisti, metallari. Cresci sottolinea che questi gruppi prendevano la parola “senza filtri, senza voci fuori campo, senza commenti aggiunti”.
Questo tratto distintivo ritorna chiaramente anche in Fantasy. Cambiano gli universi culturali raccontati — fantascienza, fantasy, fumetto, cosplay, giochi di ruolo, fandom — ma resta centrale l’idea di dare spazio ai fan, ai collezionisti, agli appassionati, ai piccoli gruppi organizzati che raramente trovavano visibilità nella televisione italiana di quegli anni.

In questo senso Fantasy può essere considerato quasi una specializzazione tematica di Frame. Se Frame osservava le estetiche quotidiane e le aggregazioni urbane in senso ampio, Fantasy concentra l’attenzione sull’immaginario fantastico e fantascientifico, trasformando il fandom in materia televisiva. Anche qui, però, il punto di vista resta interno: non quello del giornalista tradizionale che spiega il fenomeno dall’esterno, ma quello delle comunità che raccontano sé stesse.

Esiste poi una seconda continuità, ancora più evidente: quella visiva e tecnica.

Nel testo dedicato al format di Frame, Cresci ricorda che ciò che “colpiva al primo sguardo era la cura grafica delle immagini e la quantità di effetti elettronici ancora inediti per la televisione italiana”.
È forse l’aspetto che oggi sorprende di più rivedendo le immagini delle due trasmissioni. Tra il 1994 e il 1995 la televisione nazionale italiana (anche quella privata) utilizzava ancora una grammatica visiva piuttosto tradizionale, con montaggi lineari e post-produzione limitata alle sigle. Frame e successivamente Fantasy sperimentavano invece sovrimpressioni, compositing, effetti digitali, elaborazioni elettroniche dell’immagine, ritmi di montaggio inconsueti per programmi culturali o di approfondimento.

Non si trattava soltanto di una scelta estetica, ma di una vera scelta produttiva. Cresci ricorda infatti che il programma era “interamente montato in digitale con sistemi non lineari” e che le puntate venivano realizzate “su di un Mac e poi mandate in onda”.
Anche Fantasy eredita questa impostazione: la forte identità grafica, le sperimentazioni video, il montaggio rapido e la contaminazione tra televisione, videoclip e cultura underground diventano parte integrante del linguaggio del programma.

Naturalmente le differenze non mancano. Frame mantiene un’impronta più sociologica e legata ai fenomeni urbani contemporanei, mentre Fantasy sviluppa un tono più spettacolare e immersivo, più vicino all’immaginario nerd e fantastico degli anni Novanta. Inoltre Fantasy accentua maggiormente il ruolo della conduzione e dell’atmosfera televisiva, trasformando il programma in uno spazio di appartenenza per una comunità di spettatori molto riconoscibile.

Eppure, riguardando oggi entrambe le esperienze, appare chiaro come Fantasy abbia raccolto e sviluppato molte intuizioni già presenti in Frame: l’attenzione per le culture marginali o emergenti, il rifiuto della televisione didascalica tradizionale, la centralità dei fan e soprattutto una ricerca visiva che, per la televisione italiana di metà anni Novanta, era sorprendentemente avanzata.

Più che due programmi separati, Frame e Fantasy sembrano così due capitoli di uno stesso progetto culturale e televisivo: raccontare mondi considerati “minori” con strumenti estetici e produttivi assolutamente nuovi per il loro tempo.

Fonte: Gianni Cresci, “Il format televisivo di Frame”, Frame-TV.com

 
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